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giovedì 16 novembre 2017

STATE LONTANO DA TETHER COIN (USDT) SINO A QUANDO LA SOCIETA' NON FARA' CHIAREZZA SUI DEPOSITI


La BOJ compra ETFs on dips. Oltre che adessere teoricamente razionale, l'operatività è psicologicamente studiata nell'...
Pubblicato da Eric Packer su Giovedì 16 novembre 2017

BITCOIN FUTURE: THOMAS PETERFFY HA RAGIONE AL 100%

Qualche giorno fa, sulla mia bacheca scrivevo quanto sotto.


Questo è il mio Tweet dell' 8 Novembre scorso diretto al CME

Questo è il mio Tweet rivolto alla CFTC con riguardo a Kraken

e questo è quanto riporta oggi Bloomberg (clicca qui ).
Questo è un altro pensiero sul tema, postato qualche settimana fa.




Ieri, la leggenda del trading elettronico Thomas Peterffy, CEO di Interactive Brokers, già Timber Hill LLC, ha scritto una lettera indirizzata a J. Christopher Giancarlo, capo della CFTC, che riporto di seguito.
«Dear Chairman Giancarlo:
I am the Chairman and founder of Interactive Brokers LLC, a futures commission merchant and broker-dealer with over $ 3.8 billion in regulatory net capital and over $1.2 billion in client margin funds (Interactive Brokers Group is publicly traded on Nasdaq with a market cap of over $22 billion).
As a CME clearing member, we are deeply concerned with proposals that would allow Bitcoin and other cryptocurrency derivatives to be cleared in the same clearing organization as other products. 
This letter is to request that the Commission require that any clearing organization that wishes to clear any cryptocurrency or derivative of a cryptocurrency do so in a separate clearing system isolated from other products. 
There is no fundamental basis for valuation of Bitcoin and other cryptocurrencies, and they may assume any price from one day to the next. This has been illustrated quite clearly in 2017 as the price of Bitcoin has increased by nearly 1000%
Cryptocurrencies do not have a mature, regulated and tested underlying market. The products and their markets have existed for fewer than 10 years and bear little if any relationship to any economic circumstance or reality in the real world.
Margining such a product in a reasonable manner is impossible. While the buyer (the long side) of a cryptocurrency futures contract or call option could be required to put up 100% of the value to ensure safety, determining the margin requirement for the seller (the short side) is impossible. 
Instituting daily price move limits on cryptocurrency derivatives does not solve the problem. In a runaway upward market for example (like the silver market in the 1980’s caused by the Hunt brothers), the futures price gets locked limit-up day after day with little or no trading and the short sellers are unable to cover, leading them (and potentially their clearing firms) to ruin. 
If the Chicago Mercantile Exchange or any other clearing organization clears a cryptocurrency together with other products, then a large cryptocurrency price move that destabilizes members that clear cryptocurrencies will destabilize the clearing organization itself and its ability to satisfy its fundamental obligation to pay the winners and collect from the losers on the other products in the same clearing pool.
Accordingly, even clearing members who do not wish to clear cryptocurrencies because they judge the risk to be too great cannot isolate themselves and their customers from a potentially catastrophic loss from cryptocurrency risk at the clearing organization.
Thus, it is no answer for the proponents of clearing these products to suggest that objecting clearing members can simply charge very large margins or not offer cryptocurrencies at all. In a central clearing organization, all members are at risk for the activities of any member (and of the clearing organization itself).
Unless the risk of clearing cryptocurrency is isolated and segregated from other products, a catastrophe in the cryptocurrency market that destabilizes a clearing organization will destabilize the real economy, as critical equity index and commodity markets cleared in the same clearing organization become infected.
The only way to protect clearing organizations and their members (and the financial system as a whole) from the unique risks inherent in clearing cryptocurrencies is to require that they be cleared in a separate clearing system, isolated from other products.
We would be happy to discuss this with you or to provide any further information at your convenience».
_________________________________________________________________________________
Credits: Dario Jelusic
Ciò che dice il "Gran Maestro del trading elettronico" (lui e Josha Levine hanno rivoluzionato totalmente il mondo del trading) dovrebbe essere preso in seria considerazione visto, tra gli altri,  il rischio latente che al momento tutti sembrano ignorare ovvero la vicenda Emissione Tether/Capitalizzazione Bitcoin. 
Peterffy (unitamente a Josha Levine) è colui il quale ha creato i mercati telematici per come li conosciamo oggi. Lui è stato il primo al mondo ad utilizzare i pc per per prezzare le opzioni negli anni '70, lui è stato uno dei primi ad utilizzare un pc sul trading floor dell' AMEX, lui è stato uno dei primi a capire cosa stesse succedendo sui mercati a causa dell' avvento degli HFTs e lui è un profondo conoscitore del funzionamento e dei rischi delle clearing houses . 

Pezzo scritto ascoltando

martedì 10 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.4

Per la terza parte, clicca qui
Anche la metrica del P/E ratio per come adattata da Chris Burniske al Bitcoin ed alle cryptovalute in genere risulta essere inutilizzabile vista l'assenza pressoché totale di transazioni aventi ad oggetto i tokens appena emessi.
Nel caso in cui il token dovesse essere considerato valuta e non un surrogato di quote azionarie diverse sarebbero le ipotesi prospettabili:
   qualora la valuta fosse stabile potrebbe rappresentare il tipico asset di storage value. Stabilità significa anche bassa volatilità ma attualmente il mondo dellecripto è il regno della volatilità;
  qualora l'operatore razionale ritenesse probabile un futuro apprezzamento del token quale currency eviterebbe, verosimilmente, di spenderlo oggi per acquistare una quantità maggiore del servizio offerto dalla piattaforma in futuro e viceversa nel caso in cui dovesse attendersi un suo futuro deprezzamento;
   al fine di stimare il valore dei tokens intesi quale strumento volto a garantire l'incontro tra domanda ed offerta de servizio offerto dalla start-up si potrebbe utilizzare la nota formuletta secondo cui questo dovrebbe essere pari a T/MV,  identità che rimanda ai quesiti di cui sopra circa l' eventualità che l'azienda riesca a conquistare una qualche quota del mercato di riferimento e quindi circa la capacità di attrarre domanda, quindi di generare ricavi, il che riproporrebbe tal quali i problemi inerenti la metodologia di stima.
Il token potrebbe essere inteso anche quale mezzo tramite il quale realizzare in futuro la condivisione dei profitti conseguiti dall' azienda. Ancora una volta: come stimiamo i profitti?
Ipotizziamo pure che l'azienda riesca a fare qualche profitto: i fondatori potrebbero prelevarne una quota e destinare ai detentori dei tokens qualche briciola oppure potrebbero investire tutto nell'azienda, il che contribuirebbe a far crescere il valore di questa ma non dei tokens (almeno non immediatamente). Poiché, in media, nessuno sa un cazzo -in sede di ICO- sulle prospettive reddituali (e delle transazioni) dell'azienda il pollo di turno, versando in una condizione d'incertezza ma di forte euforia, potrebbe essere portato a sovrastimarle più che compensando l'avvenuto sconto dell' incertezza in termini di ampiezza del prezzo disposto a pagare per il token. 

Il token potrebbe anche essere strumento di voting control. Tuttavia, separare il meccanismo di voto da ogni forma di profit sharing potrebbe essere rischioso. Infatti, i votanti potrebbero esercitare il diritto esclusivamente al fine di massimizzare i loro interessi ad esempio deliberando un aumento del livello delle commissioni loro corrisposte oppure optando per un protocollo di loro interesse anche nel caso in cui dette scelte dovessero risultare, sul lungo termine, dannose per la piattaforma di riferimento. Inoltre, un qualsiasi concorrente potrebbe acquistare i tokens aventi diritto di voto ed esercitarlo al solo fine di indebolire il competitor.
La detenzione del token potrebbe richiedere anche l’esecuzione di task da parte dell’ investitore persone fisica (proof of stake), come ad esempio validare l’esito di un match on line, partecipare ad un processo predittivo basato sulla wisdom of the crowd, facilitare l’accesso di altri users al mercato ecc., in cambio di qualche fee proporzionata all’ entità del lavoro svolto ed alla dimensione della posizione assunta sul mercato. In altri termini, in sede di ICO, l’investitore di fatto paga -acquistando i tokens- per poter contribuire a tenere in vita la piattaforma il che implica, a parità di altre condizioni, che il valore del token dovrebbe essere pari al valore presente delle commissioni future al netto del costo per il contributo fattivo offerto dall’investitore per garantire il corretto funzionamento della piattaforma stessa. I servizi offerti alla comunità dall’investitore saranno erogati solo quando il servizio prodotto dalla start-up sarà operativo o in sede di costruzione della piattaforma  ma il valore attuale dei costi connessi al pagamento delle fees per il supporto operativo degli holders è comunque dedotto in sede di ICO (e se non lo è stai pagando un sovrapprezzo da pollo): un po’ come se la start-up decidesse di pagare con qualche anno di anticipo le bollette dell’energia elettrica anziché utilizzare quanto ricavato dalla raccolta per accelerare i tempi di costruzione della piattaforma.

Pezzo scritto ascoltando

giovedì 5 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.3

Per la seconda parte, clicca qui.

Quindi, caro investitore, hai acquistato dei tokens che servono a poter fruire del servizio offerto dalla società che hai finanziato tramite l' ICO; tu speri che i tokens possano valere qualcosa nel futuro prossimo e quindi ritieni che il volume di transazioni crescerà. Crescerà di quanto? Se fossi un azionista, poste le difficoltà nell' utilizzare il discounted cash flow model, potresti utilizzare il sistema dei multipli e dei comparabili. Tuttavia, vista l' assoluta novità dei servizi offerti, ti ritroveresti a non poter prendere in considerazione né il livello di profitti, né di ricavi, né il book value, né il P/E ratio, né l' EBITDA di aziende simili a quella in cui hai investito perché molto probabilmente non ne esistono o ammesso che esistano saranno, con ogni probabilità, neonate. Come stimerai dunque il livello di transazioni che auspicabilmente verranno eseguite tramite il token da te acquistato? Come stimerai il livello di rischio associato al tuo acquisto? Se fossi un azionista, con riguardo all'ultimo quesito, ma non nel caso di specie trattandosi di azienda senza storia, potresti prendere in considerazione il beta del titolo o la deviazione standard di ricavi e profitti. Tra l'altro, non puoi neanche utilizzare le stesse metriche in relazione al token il quale, essendo acquistato in ICO, non offre alcun dato di mercato. Ragionevolmente, potresti ritenere che al crescere delle probabilità di sopravvivenza della start-up il valore dei tuoi tokens cresca ma come trasformare detta ipotesi in un modello di valutazione?

mercoledì 4 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.2

Per la prima parte, clicca qui.
Al fine di valutare la rischiosità del tuo investimento nonché il tasso di sconto del cash flow futuro dell' azienda dovresti conoscere i prezzi di mercato dei titoli di capitale e debito della stessa. In altri termini, dovresti costruirti il ß (Beta) del titolo ed ipotizzare il costo del debito in relazione ai prezzi dei bonds. Sicuramente, caro investitore, conosci questa formuletta:


R è il tasso di rendimento del titolo;
RM è il tasso di rendimento del portafoglio di mercato;
α e β sono due costanti;
ε è una variabile causale rappresentate l'errore di regressione.
L'equazione di cui sopra mostra come la rischiosità del titolo sia determinata da due fattori:
  • βRM, rappresentate il rischio sistematico, proporzionale al tasso di rendimento del portafoglio di mercato;
  • ε, rappresentante il rischio non sistematico, non proporzionale al tasso di rendimento del portafoglio di mercato.
La teoria ci insegna che, se le ε dei vari titoli fossero indipendenti le une delle altre, il rischio non sistematico di un portafoglio ben diversificato si annullerebbe quasi del tutto, ragion per cui gli investitori non dovrebbero chiedere un premio per questo tipo di rischio; viceversa, la componente di rischio sistematico βRM, anche in presenza di un portafoglio ben diversificato non scomparirebbe del tutto, ragion per cui gli investitori -il cui insieme degli investimenti si presume essere ben diversificato- dovrebbero chiedere un premio per l'assunzione di tale rischio. Niente di nuovo o di speciale: è la base del Capital Asset Pricing Model che si studia al primo anno di università. Qui nascono i primi problemi: la start-up che ti appresti a finanziare non ha titoli quotati sui mercati finanziari il che vuol dire che non potrai calcolare il Beta né inferire il costo del capitale dal tasso d'interesse di mercato sul debito. In aggiunta, il capitale dell'azienda è totalmente detenuto dai fondatori (i quali molto probabilmente avranno investito tutti i loro averi nel progetto risultando non diversificati) e da qualche venture funds (in parte diversificati): questo significa che i predetti non saranno molto d'accordo nel ritenere meritevole di remunerazione il solo rischio non diversificabile, βRM, ma chiedereanno anche la remunerazione di alcuni dei rischi specifici dell'azienda.
Inoltre, caro investitore, sicuramente saprai che la determinazione del cosiddetto valore terminale (terminal value) risulta fondamentale nella processo di valutazione della start-up che ti appresti a finanziare. Per determinare il valore terminale dovrai pertanto provare a rispondere ai seguenti tre quesiti:
  1. Riuscirà l'azienda ad avere una crescita stabile? La risposta a tale quesito presuppone che tu sia in grado di stimarne, preliminarmente, le probabilità di sopravvivenza nei primi due-tre anni (e in media non sarai in grado di farlo). 
  2. Quando l' azienda raggiungerà una crescita stabile? La risposta a tale quesito presuppone che tu sia in grado di stimare, preliminarmente, l'impatto della concorrenza sul processo di crescita (e in media non sarai in grado di farlo). 
  3. Quali sembianze assumerà l'azienda una volta raggiunto un livello di crescita stabile? La risposta a tale quesito presuppone che tu sia in grado (e in media non sarai in grado di farlo) di effettuare stime realistiche sul rischio legato all'investimento e sulla sua capacità di generare excess returns nel periodo di crescita stabile il che presuppone, a sua volta, che tu disponga di uno storico dei dati, che non hai perché si tratta di una strat-up, sugli excess returns generati dall' entità finanziata. 

martedì 3 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.1

Da qualche mese a questa parte le ICOs fanno più notizia delle IPOs. Ti connetti ad internet e leggi di guru che ti garantiscono rendimenti a 3-4 cifre nel giro di qualche mese. Ti mettono i grafici con gli immancabili livelli di zio Fibonacci, ti spiegano perché siano l' affare del momento, ti illustrano le ragioni in base alle quali ritengono trattarsi di un ottimo progetto imprenditoriale e ti consigliano quali locali frequentare in veste di nuovo milionario. Dicono sia tutto molto semplice: c'è un ICO, compri i tokens, aspetti il pump e vendi. Se sei fortunato puoi compare una cripto come Monaco la quale ha fatto segnare, di recente, un gain del 695% annunciando un deal con VISA mai avvenuto: tutto molto bello, no? Qualche skill informatica di base, un po' di analisi tecnica e si parte alla conquista della copertina di Forbes.
Immaginiamo che l' ICO d'interesse non sia geneticamente una scam: immaginiamo cioé che i tokens siano pre-minati in quantità definita, certa ed immutabile (o meglio ancora siano liberamente minabili negli stessi termini e con gli stessi limiti), che il team degli sviluppatori se ne riservi una quota piccolissima o del tutto pari a zero, che sia obbligatorio utilizzarli in via esclusiva (ribadisco, in via esclusiva) per usufruire del servizio prodottto dall'azienda, dalla crew o a quello che vi pare che li abbia emessi e che quindi il valore del token cresca al crescere della domanda del bene o del servizio offerto dall' entità finanziata.
Tuttto nice, easy, smart come dicono quelli che ce l'hanno calda perché escono dalla Bocc**i.
Il passo successivo, cessata l'erezione finanziaria causata dalle sensuali parole dei vai guru e peracottari italiani, sempre pronti a venderti qualcosa per il tuo bene, per il tuo wellness finanziario -come dicono quelli che si quotano in Borsa vendendo a te, povero morto di fame, povero morto di fame, povero morto di fame, i segreti grazie ai quali loro non sono riusciti a far nulla nella vita tanto da pensare di venderli a te, povero morto di fame per poter loro sì diventare ricchi- consiste nel domandarsi: che cazzo sto comprando?
Questa domanda fa panicare, mediamente, il 99,99% dei commentatori italiani avvezzi a modellare il mondo esclusivamente con un paio di medie mobili, 4 supporti, 2 resistenze, un paio di bande di Bollinger, gli immancabili livelli di zio Fibonacci e l' aria fritta di contorno.

Quindi, egregio investitore, che cazzo stai comprando? Cosa finanzi con i soldini messi nell' ICO? Quanto potranno valere quei tokens che tanto gelosamente custodisci? La start-up che hai finanziato esiste, dispone di qualche asset o gli sviluppatori sono già scappati con la cassa e tu ancora non lo sai perché non conosci l' inglese e non sai usare Reddit?
Molto probabilmente tu, egregio lettore, conosci già le risposte da dare a tutti i quesiti di cui sopra; personalmente, le ignoro ragion per cui avverto la necessità di provare a buttare giù qualche pensiero eretico ma finanziariamente poco erotico.
Quando partecipi ad un' ICO, in genere, finanzi:
  • una start-up priva di un prodotto compiuto, i cui unici due assets sono l'idea imprenditoriale di base e le supposte abilità informatiche degli sviluppatori;
  • una start-up che ha già un prodotto pronto ma da migliorare ulteriormente, magari già commercializzato a livello embrionale ma con un muro del pianto da mostrare nella voce ricavi e profitti.
In altri termini (e la cosa penso sia abbastanza ovvia) stai finanziando un'azienda:
  • senza storia, della quale non conosci alcun dato finanziario ed economico semplicemente perché non ne ha;
  • con ricavi assenti (o molto limtiati) e comunque in perdita;
  • totalmente dipendente dal private equity, il quale inizialmente coincide con quello dei fondatori (e delle loro famiglie) ed in seguito con quello che tu trasferisci loro tramite ICO assumendoti il rischio proprio di Venture Capitalist senza tuttavia divenirne azionista (con tutto quello che ne consegue a livello giuridico);
  • che, visto il tasso di sopravvivenza medio delle start-up, molto probabilmente non sopravviverà, evenienza questa che ti garantirà la possibilità di detenere simpatici tokens il cui valore esatto sarà pari a 0,00 €, $, lire, pounds;
  • che potrebbe decidere, in futuro, di lanciare un nuovo round di finaziamenti emettendo nuovi tokens i quali andrebbero a diluire il valore di quelli da te comprati in precedenza.
Quindi, illiquidità a parte (ma anche qui ci sarebbe da obiettare qualcosa, specie nei casi di listing multiplo a fronte di un numero di tokens complessivamente inadeguato a garantire l' assenza di frizioni operative) sei esposto a tutti i rischi propri dei capitalisti di ventura: non male se rappresenti l'investitore medio italiano che stenta a distinguere un' azione da un'obbligazione e che non può, viste le esigue risorse di cui mediamente dispone, raggiungere il livello di diversificazione di portafoglio tipico dei grandi fondi.
Premesso che, a mio parere, alcuni (pochi) tra le centinaia di progetti finanziati a mezzo ICO riusciranno ad avere successo, sarebbe sempre opportuno domandarsi: quanto cazzo potrà mai valere in futuro questo token? Anche in questo caso i guru italiani hanno la risposta pronta: aspettano il primo pump e dump, piazzano le estensioni di Fibonacci e ti svelano l'arcano. Altri, sulla scia di Gann, ti leggono l'oroscopo e ti diranno anche il giorno preciso in cui il tuo token raggiungerà quel dato valore, fatti salvi eventuali ritardi causati dalle tempeste solari o dallo sciopero dei reparti psichiatrici attivi presso i più comuni nosocomi.
Per poter rispondere con serietà alla domanda inerente al valore sarebbe necessario individuare gli assets della start-up al fine di provare a valutarli, quindi, reperire qualche documento contabile strumentale alla stima del cash flow che questi potrebbero generare in futuro. Tuttavia, qui nascono i primi problemi.
  1. Sino a poche settimane fa, le ICOs rappresentavano ovunque terra di nessuno in quanto totalmente prive di regolamentazione. Allo stato attuale, negli USA sono state assoggettate alla disciplina federale sugli strumenti finanziari, in Cina ed in Corea del Sud sono state dichiarate totalmente illegali mentre tutte quelle tenutesi sino ad ora, in tutto il mondo, non sono state soggette ad alcuna normativa. Zero leggi = zero obblighi per i venditori di tokens e zero diritti per i compratori. In particolare, a differenza di quanto accade normalmente con le IPOs nessun promotore, nessuna start-up ha mai reso disposinibile-almeno sino ad oggi- alcun documento contabile né in sede di prevendita né successivamente, limitandosi a pubblicare qualche white paper per la cui interpretazione è solitamente necessario disporre di un dottorato in ingegneria informatica.
  2. L'assenza di documenti contabili potrebbe, teoricamente, anche essere del tutto normale: una start-up potrebbe infatti constare di soli due assets: l' idea imprenditoriale; una manciata di sviluppatori. La carenza di assets, per quanto comprensibile, pone però l'investitore dinanzi ad un grosso dilemma in quanto menoma fortemente il suo tentativo di valutazione del progetto imprenditoriale e quindi di determinazione del fair price del token oggetto di vendita. Come fa un progetto a generare valore futuro senza alcun assets aggiuntivo rispetto ai due predetti? Tra l'altro, anche se gli assets aggiuntivi venissero acquistati con i soldi raccolti tramite ICO, l'investitore si troverebbe in una posizione poco invidiabile in quanto sarebbe chiamato ad eseguire la valutazione avendovi già partecipato al buio, potendo così farsi un'idea circa la giustezza del prezzo solo dopo averlo pagato.
  3. L'assenza di assets e/o di documenti contabili impedisce quindi di conoscere, in sede di pre-ICO, la reddività attuale e di stimare quella futura degli stessi, impedisce di capire come questa performerebbe in caso di condizioni economiche avverse, impedisce di sapere cosa potrebbe accadere in caso di mutamento del pricing dei servizi offerti a fronte del crescere della concorrenza potenziale.
  4. Anche qualora nuovi assets venissero acquisti con il cash dell' ICO, l'investitore si troverebbe a dover scindere il contributo offerto dagli stessi alla crescita futura della start-up rispetto a quello offerto alla generazione attuale di ricavi (o di transazioni), il che costituisce una differenza non meramente accademica ma di grande importanza nei processi valutativi delle aziende senza storia. Come potrà l'investitore ottenere tali dati? A quale normativa dovranno far riferimento i progetti finanziati? Quale autorità potrà mai obbligare le start-up alla disclosure dei dati finanziari ed economici? Bhoooo.
Quindi, ricapitolando:
  • L'assenza di ricavi passati e/o l'assenza di documenti contabili ti impedirà, caro novello Gordon Gekko, di utilizzare questo dato per stimare la crescita futura dei ricavi della start-up che stai finanziando (dunque il suo valore attuale, dunque il fair price dei tokens) ed anche se questa disponesse dei dati citati non sarebbe, al momento, tenuta a dirti alcunché perché siamo in nobody's land.
  • Per saggiare la qualità della crescita futura sarebbe necessario comparare il rendimento del capitale investito con il relativo costo. Il costo del capitale raccolto tramite ICO è pari a zero, non potendo tu vantare il diritto ad alcuna cedola né alcun diritto su alcuna quota di capitale né su alcun cespite dell' azienda. Tuttavia, la start-up potrebbe non aver mai effettuato alcun tipo d'investimento prima dell' ICO, quindi i dati sugli investimenti potrebbero essere assenti o poco significativi fermo restando che i rendimenti sul capitale tendono ad essere, almeno nei primi anni, negativi.

domenica 1 ottobre 2017

COME FALLISCE UNA BANCA SISTEMICA?

Cari amici, nell' insight del blog ho rilevato alcuni accessi connessi all' uso della chiave di ricerca di cui al titolo, ragion per cui ho pensato di scrivere un piccolo post che, lungi dall'essere esaustivo, si propone di fornire alcuni spunti di riflessione sulle fasi del processo conducente al collasso di una banca avente rilevanza sistemica.
Quando parlo di banca sistemica intendo riferrmi alle grandi banche d'affari, alle cosiddette dealer banks. Cos'è una dealer bank? E' una banca che, tra le tante attività svolte, si pone quale controparte in migliaia di operazioni condotte da hedge funds, da altre banche, da grandi investitori individuali, da aziende, ecc., aventi ad oggetto la compravendita dei più svariati strumenti finanziari, derivati e non, siano essi negoziati sui mercati regolamentati o scambiati OTC.
In tal senso è necessario fare una premessa. Astrattamente, il maggior rischio sistemico risulta connesso agli strumenti negoziati OTC; tuttavia, molte cose sono cambiate dall' ultima crisi finanziaria ad oggi. I rapporti OTC possono essere regolati bilateralmente o tramite controparti centralizzate (CCPs -central couterparties). Nel primo caso (compensazione bilaterale), le due parti si accordano -preventivamente- su ogni singolo aspetto del trade; le CCPs, invece, sono simili alle clearinghouses di borsa in quanto si frappongono tra i due soggetti del trade in modo tale che nessuno di essi debba accollarsi il rischio d'insolvenza dell'altro.
Quindi, in caso di bilateral clearing:
  • le parti stipulano un contratto quadro (master agreement) nel quale sono specificate tutte le condizioni del trade;
  • al master agreement le parti allegano un credit support annex (CSA) nel quale indicano le garanzie (collateralization agreements) che una delle parti (ma talvolta lo scambio è reciproco) deve fornire all'altra, nonché la frequenza (giornaliera, settimanale, ecc.) della determinazione del loro valore. La circostanza che vede oggi i CSAs ed i collateralization agreements imporre il versamento di un margine iniziale e di un eventuale margine di variazione per tutti i contratti regolati in via bilaterale tra istituzioni finanziarie, allo scopo di ridurre il rischio di credito, costituisce una delle principali novità della finanza post 2008.
Viceversa, in caso di operatività condotta in presenza di controparti centralizzate:
  • i soci delle CCPs (le grandi istituzioni finanziarie), non diversamente dai soci delle clearinghouses, provvedono a versare i margini iniziali e di variazione per ogni singolo contratto (oltre alla costituzione ed all' alimentazione di un fondo di garanzia);
  • non appena le due parti del trade si accordano sugli aspetti di questo, provvedono a presentarlo ad una CCP. Se questa accetterà, si interporrà tra le parti;
  • i soci della CCP devono versare a questa i margini iniziali. I trades saranno valutati quotidianamente ed i margini di variazione accreditati/addebitati contestualmente;
  • nel caso in cui una o entrambe le parti del trade non dovessero essere soci di una CCP, dovrà/dovranno rivolgersi ad uno socio di una CCP per regolare i proprio rapporti OTC.
Ovviamente, il modello contemplante la presenza di una o più CCPs contribuisce alla riduzione del rischio sistemico associato all' operatività OTC. Il mondo reale risultà però essere una via di mezzo: non tutte le operazioni passano attraverso una CCP e non tutte sono regolate in via bilaterale, anche se i regolatori -dal 2008- in poi hanno mostrato una chiara preferenza per il primo sistema di regolazione anziché per il secondo..
Quanto fin qui detto potrebbe farci giungere alla conclusione che mai nessun'altra grande banca al mondo fallirà o che mai nessun'altra avrà bisogno di un salvataggio pubblico. Ce lo auguriamo, ma le cose non sempre vanno per il verso giusto nonostante l'esistenza di una regolamentazione più stringente rispetto a quella in vigore nel recente passato.
Quale potrebbe essere, dunque, la meccanica di uno schianto finanziario?
Provo, sommessamente, ad ipotizzarne una di seguito.

  1. La nota banca d'affari “Alfa” da qualche tempo ha registrato solo perdite d'esercizio: versa in condizioni di difficoltà.
  2. Il mercato nota la difficoltà: i prezzi dei bonds e delle azioni vanno giù quelli dei CDS vanno su.
  3. Alfa ha bisogno di rallentare e se possibile di arrestare il deflusso di clienti, creditori e controparti preoccupati per la sitauzione venutasi a creare, quindi, decide di intraprendere un cosiddetto rational gamble che finirà col peggiorare le condizioni di liquidità. Ad esempio, per salvaguardare la propria reputazione potrebbe decidere di coprire le perdite sofferte da alcuni suoi clienti a causa di alcuni investimenti da essa consigliati. In tal mondo, la banca comunicherebbe al mercato il seguente messaggio: “Vi state sbagliato, siamo rock solid: abbiamo persino pagato le perdite patite da alcuni clienti!”.
  4. Il mercato non si fida del tutto. Nel segmento OTC alcune controparti della banca cominciano a ridurre l'esposizione verso questa. Più nello specifico, strutturano dei trades che drenano liquidità dalla banca a loro vantaggio. Alfa ritiene di non dover rinunciare ad entrare in questo tipo di operazioni e che anzi sarebbe opportuno continuare ad offrire loro condizioni competitive perché in caso contrario segnalerebbe la propria debolezza al mercato.
  5. Nel frattempo, gli operatori esposti verso Alfa iniziano a bussare alle porte di altre dealer banks alle quali chiedono di porsi quali controparti nell' ambito dei trades in essere con Alfa, in modo tale da isolarsi dal rischio di default di questa (trasferito appunto alla dealer bank che dovesse accettare, in cambio di più o meno laute commissioni, di interporsi tra i richiedenti ed Alfa).
  6. Man mano che richieste del genere aumentano, le dealer banks iniziano ad insospettirsi ed a rifiutare di accolarsi il rischio di default di Alfa. Negli ambieti finanziari la notizia dei rifiuti inizia a circolare rapidamente.
  7. Come detto, Alfa è una grande banca, una di quelle realmente importanti, prova ne è il fatto che offre anche servizi di prime brokerage (infrastruttura tecnologica per la connessione ai mercati, reporting, leva ecc.) a numerosi hedge funds della cui liquidità e dei cui titoli è anche custode. Gli hedge funds, un po' preoccupati dai prezzi fatti segnare dalle azioni e dalle obbligazioni di Alfa, decidono di spostare i loro titoli ed i loro depositi presso prime brokers e custodi più capitalizzati e quindi teoricamente più sicuri.
  8. Nel frattempo, le possibilità un merger deal o di un aumento di capitale salvifico diminuiscono. Gli investitori, infatti, iniziano a chiedersi se la sottoscrizione di nuove azioni non servirà, alla fine dei conti, soltanto a salvare qualche creditore della banca. In aggiunta, la fuga dei prime-brokerage clients contribuisce a peggiorare il profilo della liquidità di Alfa.
  9. Anche se i creditori di breve termine continuano a detenere i titoli di Alfa quali collaterale contro il rischio di default, a questo punto, non avrebbero più buone ragioni per rinnovarle i prestiti. Potenzialmente, potrebbero finire nel caos post fallimento ed aspettare anni prima di recuperare qualcosa. Inoltre, anche se il collaterale che detengono presenta valori al netto dell' haircut, resta il rischio di non poterlo rivendere ad un prezzo tale da consetir loro un recupero totale del valore dei prestiti erogati ad Alfa. Quindi, molti creditori di breve non rinnoveranno i prestiti che, come spesso accade, hanno la forma di repos con regolamentazione ad un giorno. Alfa, su due piedi, deve trovare nuovi creditori o iniziare a vendere a mani basse (quindi a prezzi di saldo) i propri assets.
  10. La liquidità di Alfa è ai minimi termini. La tesoreria fatica a mantenere saldi positivi nelle partite di compensazione. In condizioni normali la banca usufruirebbe di maggior flessibilità negli scoperti specie ove fosse in grado di offrire collaterale in grado di compensare potenziali cash shortfall. Tuttavia, in questo caso le controparti operanti come CCP, decidono di non esguire più alcuna operazione con Alfa.
  11. Fine dei giochi: Alfa dichiara bancarotta.  
Pezzo scritto ascoltando 

domenica 24 settembre 2017

SU JAMIE DIMON, BITCOIN, FRODI E BOLLE PT.5

Per la quarta parte, clicca qui.
Al fine di assicurare l' esistenza di mercati equi, aperti ed efficienti, la normativa federale statunitentese impone agli operatori finanziari alcuni obblighi di disclosure. Il deposito di documenti effettuato dalla JPMorgan presso la Sec ad Aprile e nel Maggio del 2012 suscitarono perplessità in ordine alla tempestività, alla completezza ed all'accuratezza delle informazioni riporate con riguardo ai trades eseguiti dal CIO. Infatti, l'esistenza di questi, non fu resa nota al pubblico sino ad Aprile 2012 nonostante il miliardo di perdite in essere ed il diffondersi di problemi riguardanti la banca nel suo complesso.
  • In data 6 Aprile 2012, i media si interessarono per la prima volta ai trades condotti dal CIO.
  • In data 10 Aprile 2012, primo trading day successivo al 6 Aprile, il SCP riportò intrnamente una perdita pari a 415 milioni di dollari. In data 10 Aprile, i managers di vertice della banca incontrarono i giornalisti ai quali consegnarono informazioni molto rassicuranti sul SCP. L' obiettivo primario dei responsabili della banca era quello di comunicare, tra le altre cose, il messaggio secondo cui l' operatività del CIO fosse esclusivamente orientata all' hedging, che i regolatori fossero pienamente consapevoli delle attività condotte e che niente di quanto riportato dalla stampa fosse vero.
  • In data 11 Aprile 2012, uno dei traders del CIO disse al suo capo, Ina Drew: «L' ufficio stampa della banca ieri ha iniziato a lavorare», nel senso che avesse iniziato a calmare i mercati con conseguente riduzione delle perdite totalizzate dal portafoglio.
  • Nel fine settimana, in data 13 Aprile 2012, la JPM depositò il report 8-k presso la SEC contenente i dati del trimestre e tenne una earnings call. In quella conferenza, il CFO della JPM, Douglas Braunstein, rassicurò gli investitori, gli analisti ed il pubblico, asserendo che: la trading activity del SCP andasse valutata sul lungo termine; nel loro operare fossero stati pienamente trasparenti nei confronti del regolatore; il tutto fosse stato approvato dai risk managers della banca; l'unico scopo fosse quello di coprirsi -nel rispetto della Volcker Rule all' epoca ancora non pienamete definita dal legislatore in tutti i suoi aspetti- riducendo il livello complessivo di rischio assunto.
  • Il CEO Jamie Dimon, nel crosso della call, dichiarò che i media reports sul SCP rappresentassero, al più, «Una tempesta in una tazzina».
  • Un mese più tardi, in corrispondenza del deposito del 10-Q 2012 avvenuto in data 10 Maggio, la banca annunciava che le perdite derivanti dall' operatività sul SCP fossero pari a 2 miliardi di dollari, che molto probabilmente le perdite sarebbero aumentate e che la trading activity si fosse rilevata più rischiosa di quanto inizialmente ipotizzato. Più precisamente, il report 10-Q affermava: «Dal 31 Marzo 2012, il CIO ha rilevato significative perdite, mark-to-market, nel SCP il quale si è rilevato più rischioso, volatile e meno efficace in termini di hedging rispetto a quanto orginariamente supposto dall' azienda.»
  • Anche se i mercati non reagirono negativamente a fronte dei dati rassicuranti prodotti col deposito dell' 8-K, ribaditi in seguito nell' earnings call, le azioni cominciarono a scendere dopo il deposito del 10-K e dopo l' annuncio delle dimissioni di Ina Drew, passando dai $40,74/az. del 10 Maggio 2012 ai $33,93/az. del 17 Maggio 2012 (-17% circa). In seguito, le azioni continuarono a scendere, toccando i $31,00 in data 4 Giugno 2012 (-24% circa).
  • Alla luce delle informazioni di cui disponevano gli amministratori della banca prima del deposito degli atti presso la SEC nelle date del 10 Aprile, del 13 Aprile e del 10 Maggio, la documetazione ed i verbali prodotti dalla JPM non solo risultarono incompleti, non solo contenevano numerose inesattezze ma disinformarono sia gli investitori sia gli organi di controllo circa la vera natura del SCP creato dal CIO.
  • Come detto poco sopra, nel corso dell' earnings call del 13 Aprile 2012, rispondendo ad una domanda, Dimon negò la veridicità di quanto riportato dai media, definendo i rumors «Una tempesta in una tazzina». Anche se più tardi si scusò per questo commento, il suo giudizio assumeva particolare importanza per gli investitori a fronte delle notizie riportate dalla stampa. Tra l'altro, quando si espresse nei termini indicati, Dimon era già in possesso delle informazioni riguardanti: la complessità e la dimensione del SCP; l' avvenuta generazione di perdite per 3 mesi consecutivi; l'esponeziale crescita delle perdite registrate nel mese di Marzo; la difficoltà nel chiudere le posizioni perdenti.
  • Sempre nel corso della stessa earnings call, Braustein dichiarò che tutte le posizioni del SCP fossero state create al fine di implementare le politiche di risk management della banca nel suo complesso. Le evidenze, invece, indicavano che nel 2012 i risk managers della JPM sapessero poco del SCP e che non ebbero, di fatto, alcun ruolo nella creazione di quelle posizioni. Braunstein sostenne inoltre che le posizioni del SCP fossero «Pienamente transparenti nei confronti dei regolatori», i quali avrebbero ottenuto le informazioni sulla base «Della regolare e ricorrente attività di reporting». In realtà, le posizioni del SCP non furono mai dichiarate all' OCC nei reports della banca, la quale soltanto pochi giorni prima che fossero rese pubbliche le ingenti perdite descrisse, tra l'altro in modo molto elusivo, la natura del complesso sistema di derivati. La JPM evitò la supervisione dell' OCC per anni, omettendo di allertare l'agenzia a seguito della creazione del SCP nonché omettendo di fornire informazioni specifiche nei reports prodotti dal CIO. Quindi, un qualsiasi investitore che avesse ascoltanto l'earnings call del 13 Aprile, si sarebbe convinto che la banca stesse operando nel pieno rispetto della legge, quando in realtà la banca aveva a malapena fatto cenno all' OCC dell'esistenza del SCP.
  • Braustein, sempre nell' earnings call, in realzione all' orizzonte temporale di gestione delle stress loss positions del SCP, dichiarò: «Tutte le decisioni sono assunte con riguardo al lungo termine». In realtà, i traders del Cio erano impegnati in attività di daily trading e la stessa banca riconobbe che il SCP fosse attivamente tradato. Una presentazione diffusa internamente al CIO nel Marzo del 2012 e resa disponibile al comitato esecutivo della banca un mese prima dell' earnings call indicava come l' operatività del SCP fosse orientata da orizzonti temporali non lunghi bensì brevi, tanto è vero che molte delle posizioni perdenti furono aperte soltanto qualche settimana prima. Quindi, nell' affermare che il SCP avesse ad oggetto operazioni da valutare sul lungo anziché sul breve termine, Braunstein fornì agli investitori informazioni inaccurate nella migliore delle ipotesi ed ingannevoli nella peggiore.
  • In data 13 Aprile 2012, Braunstein indicò che il SCP fosse stato ideato per fonire alla banca una «Stress Loss Protection» in caso di evento creditizio avverso, pertanto descrivendolo come portafoglio disegnato per ridurre anziché incrementare il rischio complessivamente assunto dalla banca. Tuttavia, all' inizio di Aprile, qualche giorno prima della call, Ina Drew riferì al comitato esecutivo della banca che il SCP fosse net long sui derivati creditizi, posizione questa che diversì senior executives ritennero del tutto inadeguata a fornire protezione creditizia alla banca in caso di crisi. Inoltre, una dettagliata analisi passata in rassegna dal senior management due giorni prima del 13 Aprile, dimostrava che in diversi scenari contemplanti un deterioramento delle condizioni creditizie, il SCP fosse destinato a perdere soldi. Quindi, mentre la banca tentò di rassicurare gli investitori asserendo che il SCP avrebbre contribuito a ridurre il rischio creditizio complessivamente assunto dalla banca, in realtà, lo amplificava.
  • Braunstein concluse l'earnings call affermando: «Noi crediamo che quanto fatto rispetti la ratio legis della Volcker Rule». La Volcker Rule, proibendo alle banche sottoposte al sistema di assicurazione federale dei depositi la conduzione di trading proprietario ad alto rischio, si proponeva e si propone di ridurre la mole di rischi complessivamente assunta dagli istituti di credito, pur consentendo la strutturazione di alcune operazioni di hedging volte a mitigarli. Dunque, l' asserzione di Braunstein diede l'impressione che l' SCP fosse strumentale alla copertura del rischio. Tuttavia, nessuna analisi del portafoglio volta a verificare la compliance delle posizioni assunte rispetto alla Volcker Rule fu condotta all'interno della banca. Anzi, il giorno prima degli earnings call, Ina Drew riferì a Braunstein che il linguaggio della Volcker risultasse poco chiaro (probabilmente in ragione della natura in divenire della norma); in aggiunta, la banca espresse -inizialmente- ai regolari i propri dubbi circa la compliance del SCP rispetto alla Volcker. Nel corso della call tenuta con investitori ed analisti, la banca omise di riferire le predette perplessità limiandosi ad esserire che, anche con l' entrata in vigore della Volcker, al CIO fosse consentito operare a mezzo SCP non diversamente da quanto accadeva nel corso del previgente regime normativo.
  • Verso la fine di Gennaio, la banca approvò l' uso di un nuovo VaR model per il CIO il quale dimezzava il profilo di rischio pospettato del SCP. Tuttavia, la banca omise di dichiarare -nel report 8-K depositato ad Aprile- l' avvenuta variazione del modello, così come omise -nel report 10-Q di Maggio- di illustrare le ragioni in base alle quali decise di utilizzare nuovamente quello precedente. La JPM era ben consapevole dell' importanza -per gli investitori- delle analisi del rischio condotte a mezzo VaR tanto è vero che, quando la stampa cominciò a sollevare dubbi sui trades condotti dal CIO per il SCP, la banca fece esplicitamente riferimento, nel report annuale 1O- K del 2011, depositato in data 29 Febbraio 2012, ai valori del VaR calcolati dal CIO.
  • In data 13 Aprile 2012 fu depositato il report 8-K contenente un grafico fuorviante in cui il valore del VaR del CIO veniva indicato come pari a 67 milioni di dollari, ovvero di soli 3 milioni più elevato del valore riportato nel trimestre precedente, altresì carente di qualsiasi specificazione in ordine al fatto che le cifre esposte fossero conseguenza dell' adozione del nuovo modello di calcolo del VaR, artatamente ideato per il contenimento dei valori del rischio prospettico Un analista o un investitore che avesse orientato i propri giudizi e le proprie scelte in base ai VaRs dichiarati a fine 2011 e nel primo trimestre del 2012 avrebbe, probabilmente, creduto che le posizioni sottostanti a quei VaRs fossero simili in ragione del fatto che proprio i valori di questi fossero quasi identitici. Questo cosa significa? Significa che il mutamento del VaR mascherò efficaciemente i significativi mutamenti occorsi nel portafoglio (SCP) gestito dal CIO. Quando nel corso dell' earnings call del 10 Maggio 2012 fu chiesto se il VaR model fosse o meno cambiato, Dimon rispose che la banca apportava costantemente cambi ed aggiornamenti ai modelli, sempre e solo al fine di migliorarli; tuttavia, non rese pubblica la circostanza in base alla quale la banca decise di riutilizzare, per il CIO, il vecchio VaR model in ragione poiché quello nuovo non solo sottostimava il rischio ma era anche fonte di diversi problemi applicativi.
  • Il report 10-Q di Maggio 2012 includeva un grafico il quale rappresentava il VaR del CIO, rettificato con riguardo al primo trimestre a 129 milioni di dollari, costituente un valore doppio rispetto alla media di quelli dichiarati per il 2011 ed il 2010. Il report giustificava tale valore con l'utilizzo di una metodologia di calcolo coerente con quella utilizzata dal CIO per il calcolo del VaR del 2011. Nel loro insieme, le omissioni e le dichiarazioni fuorvianti riguardanti il coinvolgimento dei risk managers della banca nella creazione delle posizioni costituenti il SCP, la supposta trasparenza del SCP nei confronti degli organi di controllo, l' asserita natura long-term dell' operatività riguardante il portafoglio, i valori del VaR, la presunta funzione di hedging e la dichiarata coerenza rispetto alla Volcker Rule, disinformarono investitori, analisti e controllori circa la vera natura delle posizioni assunte, delle attività sottostanti e della rischiosità del trading su derivati creditizi condotto dal CIO nel primo trimestre del 2012.
    In tutto questo è opportuno ricordare che Dimon, in qualità di CEO, certificava la veridicità e l'accuratezza di tutti i reports  depositati dalla banca presso gli organi di controllo. 

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giovedì 21 settembre 2017

SU JAMIE DIMON, BITCOIN, FRODI E BOLLE PT.4

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  • Prima che i media iniziassero a parlare, nell' Aprile del 2012, delle operazioni sino ad ora analizzate la JPM fornì anche al suo regolatore primario, vale a dire l' Office of the Comptroller of the Currency (OCC), pochissime informazioni sul SCP corstruito e gestito dal CIO, nonostante l'asserita grande importanza del SCP nel compensare i rischi creditizi della banca, la rapida crescita della sua dimensione tra il 2011 ed il 2012 ed i crescenti rischi legati ai derivati creditizi di cui era composto. Più nello specifico la banca, nei rapporti documentali intrattenuti con l' OCC, omise -sino al 27 Gennaio 2012- di far esplicitamente riferimento all' esistenza del SCP. Non essendo stato reso edotto dei rischi associati al SCP, l' OCC non svolse -anteriormente al 2012- alcun tipo di verifica sul portafoglio . Tuttavia, la responsabilità della mancanta conoscenza dei fatti da parte dell' OCC può riternersi attribuibile sia a questo che alla banca, la quale si mostrò reticente in alcune occasioni mentre in altre fornì al primo informazioni del tutto errate, laddove l' OCC mancò totalmente rilevare i rischi connessi al SCP.
  • Nel corso del 2012, ad esempio, il nozionale del SCP più che decuplicò, passando da 4 miliardi a 51 miliardi di dollari, ma la banca non informò mai l' OCC di tale variazione. Allo stesso tempo, l' OCC, pur avendo la banca depositato i vari risk reports nei quali evidenziava come, nella prima metà del 2011, il CIO avesse ripetutamente violato le soglie degli stress limits, superandole per ben 8 volte, in alcuni casi persistendo nella violazione per intere settimanae, non aprì sul punto alcuna istruttoria.
  • Sul finire del 2011 il CIO, come detto nei post precedenti, puntò circa 1 miliardo di dollari su derivati creditizi ad alto rischio, i quali generarono un payout di circa 400 milioni di dollari. L' OCC, pur avendo appreso del conseguimento di questo gain, non approfondì né circa la trading activity restrostante, né sulla dimensione delle operazioni su derivati creditizi in atto presso il CIO.
  • A Gennaio 2012, nel primo incontro trimestrale con l' OCC, il CIO minimizzò l'importanza del SCP disinformando l'organo di controllo, asserendo che fosse in programma una sua riduzione. Al contrario, nel corso dello stesso trimestre, il CIO triplicò la size del nozionale del SCP, portandolo da 51 milioni di dollari a 157, per effetto di una serie di long e short trades aventi ad oggetto rischiosi derivati creditizi con scadenze differenti. L'incremeto della size e del rischio del SCP, determinò una violazione dei limiti del VaR sia del CIO che della banca nel suo insieme, dichiarata al CCO nei risk reports dell' epoca, ai quali non seguì alcuna indagine da parte dell' agenzia. Anche a Gennaio, la banca notificò all' OCC l' implementazione di un nuovo VaR model per il CIO il quale avrebbe ridotto drasticamente il risk profile del SCP; tuttavia, l' OCC, anche in questo caso, non pose alla banca alcun quesito circa le ragioni del cambio di modello, del suo impatto sul rischio o su come il CIO fosse in grado di ridurre, overnight, il rischio del 50%.
  • A Febbraio ed a Marzo, la banca iniziò ad omettere i dati-chiave sulla performance del CIO nei reports inviati -tra l'altro oltre i limiti temporali prescritti- all' OCC. Questo, a sua volta, non si accorse della condotta omissiva della banca sino al 6 Aprile dello stesso anno: riducedo la qualità e la quantià dei dati forniti all' OCC con riguardo al CIO ed al SCP, la banca disinformò di fatto l'organo di controllo sui rischi assunti in relazione al SCP e sulle crescenti perdite da questo totalizzate.
  • Da Gennaio sino ad Aprile 2012, le acquisizioni ad alto rischio condotte dal SCP generarono numerose violazioni delle soglie-limite del CIO tra le quali quelle del VaR, del credit spread, dello stress loss e dello stop loss. Le violazioni consumate in detto lasso temporale furono riportate nei risk reports notificati dalla banca all' OCC senza che ciò generasse reazioni da parte dell' agenzia, la quale né lesse i documenti né analizzò i dati comunicati né aprì alcuna istruttoria formale.
  • In data 6 Aprile 2012, dopo che i media smascherano il ruolo della JPMorgan Chase, l' OCC riferì ad una commissione d'inchiesta statunitente di essere stata colta di sorpresa leggendo gli articoli di stampa. Avviata una rapida istruttoria, l' OCC ricevette vaghe rassicurazioni dalla banca e dichiarò chiuso il caso a fine Aprile.
  • In realtà, l' OCC venne a conoscenza della dimensione dei problemi del CIO con riguardo al SCP solo a Maggio 2012, pochi giorni prima che la banca fosse costretta a rivelare -nella documentazione depositata presso la SEC- la perdita di 2 miliardi di dollari del SCP. In un primo momento, l' OCC dichiarò che l'operatività della JPMorgan fosse da considerarsi comunque lecita alla luce del draft della Volcker Rule, asserzione poi bollata dalla stessa agenzia come «prematura». Thomas Curry, nuovo OCC incaricato di indagare su JPMorgan, riferì di aver incontrato difficoltà nell'ottenere informazioni dalla banca, la quale si mostrò reticente, ritardando anche l'inoltro delle rispote dovute all' OCC e talvolta dedita a fornire informazioni false. Ad esempio, quando l' OCC chiese se il CIO avesse erroneamente determinato i valori del SCP il Chief Risk Officer della banca, inizialmente negò l' accaduto per poi comunicare col molto ritardo che il personale del CIO avesse deliberatamente sottostimato le perdite del SCP.
  • In data 14 Gennaio 2013, l' OCC emise un “Cease and Desist” order contro la banca, avviando al contempo un' indagine interna sulla fallita vigilanza nei confronti della JPM e sull' impropria autorizzazione a fornire dati aggregati di portafoglio, circostanza questa che di fatto oscurò il coinvolgimento del CIO nel trading in derivati creditizi.

Il caso JPM, di cui continueremo a parlare nei prossimi post, dimostra quanto possa essere difficile per i regolatori sorvegliare le attività delle banche ed i rischi a queste connesse, laddove gli intermediari omettano di fornire i dati inerenti all' operatività condotta su derivati o altri strumenti finanziari. La banca american ha infatti eluso la sorveglianza dell' OCC sino a quando le crescenti perdite non furono denunciate dagli organi di informazione. 

Pezzo scritto ascoltando