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sabato 30 dicembre 2017

TRADING, CRIPTO TRADING E LIQUIDITA’ PT.2

Per la prima parte, clicca qui.
Un key driver nel processo di scelta degli ordini che inseriamo sulle piattaforme è ovviamente la liquidità
Lo spread è uno dei liquidity-based factor che dovremmo osservare prima di comprare/vendere un qualsiasi asset.  Più alto è il bid-ask spread maggiore sarà il costo di un market-order. Quando lo spread si allarga dovremmo evitare di usare market order (rimpiazzandoli con i limit) nonché ridurre l’aggressività operativa per come definita al post precedente. Quando si restringe, invece, possiamo optare anche per gli hidden orders (disponibili sui mercati tradizionali anche se ho il dubbio che qualche exchange offra ai soli clienti istituzionali API features tramite le quali inserirli) al fine di provare a sfruttare l’aumento delle probabilità di ottenimento dell’eseguito riducendo al contempo i rischi di segnalazione.
L’order book è un’ importante fonte di informazioni in quanto ci comunica in tempo reale l’ammontare di liquidità disponibile. Più precisamente, la profondità ci segnala quella immediatamente disponibile per il trading in un dato range di prezzo; l’imbalance corrisponde alla differenza tra le quantità offerte in acquisto e vendita, mentre l’order book height indica il price impact massimo potenziale nell’ ipotesi in cui inviassimo a mercato un ordine destinato a ad attingere liquidità su tutti i livelli visibili.
Tendenzialmente, allorquando la profondità diminuisce, i traders utilizzano più diffusamente i limit orders anziché i market orders. Anche la differenza tra la profondità delle due sides è significativa con riguardo all’ aggressività del trader. Infatti:
·         maggiore è la profondità della propria side, maggiore sarà l’aggressività del trader;
·         maggiore è la profondità della side opposta, minore sarà l’aggressività del trader.
Quanto sopra è conseguenza diretta della priorità prezzo-temporale a cui risultano essere informati i matching engines delle piattaforme negoziali (tradizionali e cripto).  Infatti, se la side del book è affollata, gli ordini limit già piazzati hanno priorità temporale il che significa che, a parità di prezzo, un nuovo limit order avrebbe una probabilità di esecuzione minore. Al fine di ottenere l’eseguito il trader, alternativamente:
·         immetterà un ordine limit prezzato più aggressivamente;
·         immetterà un ordine a mercato anziché uno limit.
Al contrario, coloro i quali saranno intenzionati ad immettere un ordine sulla book side meno affollata tenderanno ad essere più passivi perché ad essere aggressivi saranno coloro i quali si troveranno ad operare sulla side più affollata.
Anche gli squilibri (imbalances) assumono un certo rilievo: se ci trovassimo dinanzi ad un sell imbalance, i venditori saranno più aggressivi (spingeranno il prezzo verso il basso) ed i compratori più passivi. A dire il vero, i venditori tendono ad essere più liquidity-driven dei compratori nel senso che tendono ad essere più aggressivi, laddove ritenessero probabile una discesa dei prezzi, in presenza di una buy side profonda. Perché? Perché non vendere quando il mercato scende equivale a perdere soldi mentre non comprare quando il mercato sale equivale ad un mancato profitto.

Anche gli hidden orders tendono ad essere prezzati più aggressivamente quando la propria side risulti essere affollata; viceversa, la condizione microstrutturale della side opposta non incide sul pricing degli hidden orders.
Un altro importante fattore liquidity driven che sino a qualche anno fra avremmo dovuto osservare prima di inserire un ordine era il trade flow.
Il trade flow consta di due elementi: il volume e la frequenza. Quanto più elevato risulta il volume scambiato tanto più elevata sarà l’aggressività degli ordini. Il volume conferma o smentisce l’esistenza di un trend: maggior volumi in trend positivi conducono ad una maggiore aggressività dei buy orders e viceversa.
Una maggior  frequenza è invece associata ad una maggior aggressività dei sell orders vista la sensibilità di questa ai clusters di liquidità esistenti sulla side opposta. Tuttavia, l’incremento del trading algoritmico e la presenza di un’ average order size piuttosto contenuta hanno portato ad un incremento del trading flow ma anche ad un deterioramento della sua significatività informativa a causa dell’ aumento del noise, specie su timeframes ridotti.

Altri due liquidity proxies tradizionali per azioni ed obbligazioni sono, rispettivamente, la capitalizzazione di mercato ed il rating. In tal senso è opportuno notare come gli hidden orders vengano utilizzati con maggior frequenza in caso di operatività sulle small caps, il cui mercato è poco liquido e quindi il rischio di segnalazione maggiore. Infatti, l’hidden liquidity è correlata inversamente sia al trading volume che alla capitalizzazione di mercato. 
Post scritto ascoltando. 

lunedì 25 dicembre 2017

TRADING, CRIPTO TRADING E LIQUIDITA’ PT.1

Nel momento in cui ci apprestiamo ad inserire un ordine su di una qualsiasi piattaforma, i nostri obiettivi operativi devono fare i conti con le condizioni di mercato esistenti. Tutti noi siamo alla ricerca del miglior prezzo di acquisto/vendita, volontà che si spera di concretizzare stimando un’accettabile probabilità di matching a fronte di un rischio esecutivo contenuto, il che presuppone scelte teoricamente ottimali circa la selezione del target price, del se, del come e del quando splittare l’ordine di acquisto/vendita.
Sia il comparto azionario che quello dei cripto assets presentano oggi mercati altamente frammentati: ne consegue che scegliere il mercato sul quale piazzare un ordine assume un’ importanza non inferiore a quella del settaggio del prezzo e della size del trade. La quasi totalità dei traders retail è disinteressato a queste tematiche e la cosa potrebbe andar bene (sino ad un certo punto) specie nel caso in cui negozino esclusivamente titoli ad alta capitalizzazione; viceversa, il tema è di fondamentale importanza nel caso in cui si tradino cripto assets. I traders professionisti, al contrario, prestano grande attenzione al tema prova ne è il fatto che l’average order size di moltissimi mercati risulta essere attualmente molto contenuta poiché intenso è il timore dei primi di incorrere nel cosiddetto “rischio di segnalazione”, ovvero, nel rischio di segnalare -involontariamente-  al resto del mercato le proprie intenzioni operative, con conseguente quasi certo front-running ed ottenimento di un prezzo di acquisto/vendita peggiore.
Credits to Junhao Li

Soffermiamoci brevemente sul “signalling risk”. Nel momento in cui immettiamo un ordine su di un book “lit” offriamo istantaneamente un’ opzione operativa a coloro i quali intendano eseguire un trade di segno opposto e comunichiamo loro il nostro essere eventuali large buyer o large seller. Acquisita questa informazione, il resto dei partecipanti potrà rettificare le proprie strategie negoziali: ad esempio, in presenza di un large buy order, un venditore potrà essere meno aggressivo (potrà cioè evitare di spingere troppo in basso il prezzo al quale è disposto a vendere l’asset) perché consapevole del fatto che ad un dato prezzo siano comparsi uno o più compratori. Sui mercati finanziari, i fondi pensione, gli hedge funds e le altre whales, cercano di contenere questo tipo di rischio utilizzando tipologie speciali di ordini oppure dirottando una parte dei trades verso ATS opache (dark pools). Il signalling risk dipende sia dalla size del trade che dalla liquidità dell’ asset trattato. Nel mondo dei cripto assets (e delle small caps) molti tokens risultano illiquidi sia in virtù dell’offerta limitata che della frammentazione dei mercati e quindi anche un piccolo limit order potrebbe consentire l’identificazione di large buyer/seller latenti, vista la scarsa profondità/ridotto spessore dell’ order book. Viceversa,  qualora un assets fosse tradato in maniera rilevante ed i books presentassero profondità e spessori importanti, il rischio di segnalazione risulterebbe più ridotto (anche se non eliminato del tutto).
Da un punto di vista strutturale è possibile distinguere tra:
·         mercati totalmente trasparenti, con book visibile e senza alcun tipo di hidden orders;
·         mercati totalmente opachi, con book non visibile (dark pools).
A dire il vero, quasi tutti i mercati esistenti sono parzialmente opachi nel senso che supportano almeno ordini di tipo hidden/iceberg. Talvolta, qualche ECN (MTFs) offre anche il dato della probabilità di esecuzione del singolo trade che a sua volta si bassa sugli storici delle cancellazioni, della latenza e degli eseguiti.  La probabilità di esecuzione è importante perché ci consente di stimare il rischio di ottenere un inseguito (parziale o totale) e quindi di veder alterato il prezzo al quale vorremmo comprare o vendere l’asset di riferimento.
Con riguardo al mondo dei cripto assets (ma il discorso è valido per tutte le asset classes) assume particolare rilievo, visti gli alti bid-ask spreads non di rado osservabili, modulare l’aggressività degli ordini.
L’aggressività di un ordine è funzione della sua tipologia, del suo prezzo e della sua dimensione.
La quasi totalità dei traders retail fa uso di market orders i quali sono strumentali all’ ottenimento di un’ esecuzione immediata al miglior bid/ask price disponibile in un dato momento. I market orders hanno un costo ulteriore rispetto a quello delle commissioni rappresentato dal best bid-ask spread (in realtà il costo può essere anche maggiore nell’ ipotesi in cui per l’ottenimento dell’ eseguito dovesse essere necessario consumare la liquidità presenti su più livelli del book). Ne consegue che, nel momento in cui inseriamo un market order di discrete dimensioni, decidiamo di operare in maniera aggressiva perché, specie nel mondo delle cripto e delle small caps, andremo verosimilmente ad operare su più livelli (con un price impact che può essere pari a qualche decina/centinaia di euro sul Bitcoin). I limit orders, invece, ci garantiscono un dato prezzo ma ci lasciano esposti al rischio dell’ineseguito parziale o totale e dunque la loro aggressività può essere espressa quale funzione del limit price nonché della size impostati. Un esempio di limit oder particolarmente aggressivo è quello che presenta un prezzo migliore di quello opposto (in caso di buy limit order un prezzo più alto del miglior ask price) ed una quantità maggiore. Un caso di limit order meno aggressivo del precedente è quello che presenta una size simile ma un prezzo prossimo (ma non superiore) a quello opposto (con conseguente permanenza sul book al prezzo settato della parte eventualmente rimasta ineseguita).
Arrivati a questo punto, possiamo rispondere ad una prima domanda: quali fattori valutare prima di scegliere il tipo di ordine da inserire su di una qualsiasi piattaforma?  I fattori da osservare sono i seguenti:
1.      spread;
2.      profondità del book;
3.      spessore del book;
4.      volatiltà;
5.      orario.
I predetti sono riconducibili a tre insiemi:
1.      liquidità;
2.      prezzo;
3.      tempo. 

Pezzo scritto ascoltando

mercoledì 13 dicembre 2017

BITCOIN E MASS MEDIA

Cari amici, oggi parliamo del rapporto intercorrente tra Bitcoin (e criptovalute in genere) ed informazione di massa.
Come ben sapete, personalmente, non ho grande interesse nel fare la paternale su come investiate i vostri soldi: l’importante è che riusciate a portare a casa qualche gain ed è ovvio che il grosso dei soldi si faccia in qualità first buyers ed holder degli assets oggetto di fantasmagoriche salite, nel caso di specie il Bitcoin. Quindi: divertitevi, qualora foste in grado di farlo tradate, portate a casa ottimi gains e buona vita a tutti voi.
E’ totalmente inutile seguire sedicenti guru da cantina: nessuno sa quando la salita dei prezzi dei criptoassets si arresterà. L’unica cautela che potete adottare in caso di trading consiste nel prestare attenzione maniacale al rapporto risk/reward di ogni singolo trade: tutto il resto è solo un grande show portato avanti da gente che non conosce neanche l’indirizzo della propria residenza anagrafica. Fidatevi soltanto di voi stessi: voi siete i migliori arbitri del vostro operato.
Questo post ha invece uno scopo molto più semplice: quello di provare a vivere il fenomeno un po’ più dall’ interno, in maniera consapevole e non dall’ esterno in maniera superficiale. Tutto ciò che facciamo con consapevolezza, quindi dopo aver studiato, ci dà molta soddisfazione. Se tu riuscissi a fare un bel gain dopo aver approfondito una certa tematica saresti sicuramente felice perché imputeresti al tuo duro lavoro anziché al fato l’esito della tua operazione. Viceversa, qualora dovessi conseguire una perdita a causa della tua disattenzione, della tua scarsa voglia di andare oltre l’abc di un certo fenomeno, saresti sicuramente molto frustrato perché pur volendo parlare di sfortuna sapresti benissimo che l’unico responsabile del tuo fallimento andrebbe ricercato allo specchio.
Credits to Emirhan Sahin
Le criptovalute sono e saranno la più grande bolla che forse vedremo in questa vita. Non lo dico io che sono un signor nessuno bensì un gestore che amministra 3-400 milioni di dollari investiti in questa asset class.


Concordo pienamente con le sue parole ed è ovvio che restare fuori dal mercato sarebbe una scelta poco sensata: se non fai qualche gain quando la bolla è in formazione, quando vorresti farli? Da short seller quando scenderà, direste voi: corretto anche se, normalmente, la predetta non è un’ opzione facilmente percorribile dai od ottimale per i retail.
Dicevamo: tutto quello che stiamo osservando adesso è già successo in passato. Bolla del ’29, crash dell’ 87, dot.com, subprime, salite paraboliche dell’ oro, dell’ argento e dell’ uranio, dei tulipani,  quest’ultima appena superata su base logaritmica da quella del Bitcoin.



La salita del Bitcoin (e delle cripto) ha una matrice composita: da una parte troviamo tutta una serie di condotte manipolatorie perpetrate dai gestori di alcuni exchanges delle quali, presto o tardi, si occuperanno le polizie di mezzo mondo e dall’ altra abbiamo una domanda reale di Bitcoin (e più in generale di criptovalute) generata da persone in carne ed ossa.
Persone totalmente disinteressate all’ economia, alla finanza, al trading si ritrovano oggi in un vortice pazzesco di news aventi ad oggetto l’ascesa del prezzo del Bitcoin. Questo aspetto non è assolutamente una novità ma è fondamentale per capire quanto in atto.
I media non sono mai stati e mai saranno neutrali osservatori dell’ andamento dei prezzi di alcun asset; viceversa, sono parte integrante degli eventi socio-economici che questi rappresentato. La salita del prezzo del Bitcoin (e delle altre cripto) è un fenomeno sociale (come tutti i casi sopracitati) che nasce ed esiste nella misura in cui un gruppo di persone condivida un pensiero comune il quale, a sua volta, è rafforzato nel suo essere veicolato dai mezzi di informazione di massa.
I mass media vendono un prodotto informativo il cui successo dipende dall’ ampiezza del pubblico coinvolto. Per raggiungere un pubblico vasto è necessario creare un’informazione trasmissibile per passaparola oppure creare storie in corso di svolgimento per far sì che il pubblico continui a seguirle in futuro. Nel fornire in maniera ossessiva, in prima pagina o in apertura di notiziario, informazioni circa l’andamento delle cripto (o di qualsiasi altro asset), i media consegnano al lettore/telespettatore una metainformazione consistente nell' enfatizzazione della centralità di quella notizia, in quel dato momento, per un numero molto vasto di persone. La performance di un mercato o di un asset rappresentano tra l’altro una storia in divenire che consente di carpire l’attenzione del pubblico per un periodo di tempo più o meno ampio.
I media, inoltre, nel fornire i dati tendono ad enfatizzare il rialzo/ribasso sviluppatosi su di un arco temporale molto ristretto parlando di crolli (quando magari sarebbe più corretto parlare di storni) e di grandi salite (quando magari sarebbe corretto parlare di meri rimbalzi). Il dato che arriva allo spettatore medio è dunque emotivamente -seppur involontariamente- alterato specie nel caso in cui venga abbinato all’opinione di sedicenti esperti il cui verbo diviene legge nella mente dell’ osservatore distratto o passivo.  
Quante volte avete sentito parlare di record del Bitcoin, di Ethereum ecc. negli ultimi mesi? Tantissime volte, in maniera martellante. E’ stato così anche in passato per tutte le bolle dell’ azionario e forse così sarà per sempre. Il pubblico generico, oggi più che in passato, in un contesto mondiale connotato dal paradigma economico-finanziario del QE+ ZIRP+NIRP è vittima del FOMO da rendimento e quindi subirà tremendamente il richiamo del mercato a cui il record, per come narrato dai media, è associato.
Ogni movimento di prezzo ha, per i mezzi di informazione/social media una causa facilmente individuabile. Avete mai sentito dire che il Bitcoin fosse salito di tot punti % a causa del lancio di un razzo da parte del presidente nordcoreano? Sicuramente sì, almeno negli ultimi mesi. Nella maggior parte dei casi trattasi di mera narrazione: già Victor Niederhoffer in passato dimostrò come i movimenti dei prezzi aggregati poco o nulla avessero a che fare con le notizie di apertura dei tg o con i titoli di prima pagina (il mercato sconta tutto o gran parte con un certo anticipo).  Tuttavia, nella mente dello spettatore quel tipo di notizia, in futuro, potrebbe essere associata a chissà quali movimenti aventi la stessa direzionalità di quelli narrati.
Sì pensi al crollo dei mercati USA del 13 Ottobre del 1989. I media ne avevano prontamente identificato la causa nella mancata concretizzazione del leveraged buyout della UAL, capogruppo della United Airlines (che all’ epoca pesava l’ 1% di tutto il mercato azionario). In realtà, qualche tempo dopo si scoprì che la maggior parte degli investitori fosse venuto a conoscenza di quella news solo dopo il crollo, come causa dello stesso e non prima che il mercato iniziasse a scendere (il che significa che molto probabilmente non ne fu il catalyst). Bisogna sempre scindere l’analisi della correlazione da quella della causazione  anche se per i media tutto fa brodo. Pensiamoci un attimo: il grosso della salita del Bitcoin da un cent a 10.000 USD è stato caratterizzato dapprima dal silenzio dei media, non interessati al fenomeno e poi da un’ escalation di attenzioni strettamente connesse alla salita del prezzo dell’ asset. Quanti strappi rialzisti ha vissuto  il Bitcoin senza che nel mondo fosse successo nulla di rilevante? Tantissimi. E’ infatti ovvio che gli operatori professionali, quelli che muovono il mercato, seguano il news flow interessante il Bitcoin -consistendo proprio in ciò il loro lavoro- a prescindere dal fatto che a trattarlo siano la tv o i social media. Quando ad arrivare sul pezzo sono i media a cambiare è la narrazione. Eventi del tutto decorrelati divengono catalizzatori di avvenimenti che impattano profondamente su ciò che la gente pensa di un dato asset, su di un dato mercato.
Le criptovalute ed il Bitcoin sono stati senza dubbio alcuno il trade, long, degli ultimi 9 anni. Tuttavia, bisognerebbe porsi in maniera attiva dinanzi la flusso di notizie che leggiamo ogni giorno. Ad esempio, le televisioni nazionali continuano a dire che il Bitcoin sia anonimo, il che è un falso clamoroso (ad essere anonime sono ad esempio le transazioni eseguite tramite Monero).
I media contribuiscono alla formazione della cultura di massa, generano picchi di attenzione e contribuiscono ad alimentare la retroazione dei forti movimenti passati dei prezzi ad ulteriori movimenti rialzisti. E’ così che si alimentano le bolle e sta a noi provare a fare qualche gain. 

Post scritto ascoltando

lunedì 27 novembre 2017

I RISCHI OPERATIVI DEI CRYPTO EXCHANGES PT.2

Per la prima parte, clicca qui.
Nella prima parte abbiamo visto che Basilea II, dopo aver definito il rischio operativo, impose alle banche di detenere una determinata quota di patrimonio al fine di mitigare gli effetti negativi che potrebbero derivare da una sua manifestazione (l’incendio di una servers farm, una frode interna, una frode esterna, un attacco informatico ecc.).
Per stabilire quanto patrimonio accantonare, le banche debbono stimare la dimensione del rischio operativo sopportato. Tre sono le metodologie comunemente utilizzate a tal fine:
1.      Basic Indicator Approach (Metodo Base).
2.      Stanrdardized Approach (Metodo Standardizzato).
3.      AMA- Advanced Measurement Approach (Metodo Avanzato Di Misurazione).
Cosa orienta la scelta di una banca? Il grado di sofisticazione della sua organizzazione complessiva.
Con il Metodo Base, dapprima l’istituto di credito calcola la media dei margini d’intermediazione registrati negli ultimi tre esercizi ed in seguito accantona patrimonio in misura pari al 15% della stessa.
Con il Metodo Standardizzato, l’attività della banca viene divisa in 8 linee di business ed il requisito patrimoniale è calcolato moltiplicando il margine d’intermediazione con il fattore attribuito alla linea di riferimento.
Con il Metodo Avanzato, ogni banca può utilizzare i suoi modelli interni per calcolare le perdite operative che, con un livello di confidenza del 99,9% , si ritiene non verranno oltrepassate nel corso di un anno. Quindi, qualora la banca stipulasse polizze assicurative sul rischio operativo, potrebbe ridurre gli accantonamenti richiesti in tal senso.
Qual è il rischio principale del modello di business dei crypto exchanges? Quello operativo. Perché? Per la natura strettamente informatica, telematica, non solo dei servizi offerti ma anche dei prodotti trattati (cripovalute), per effetto dell’assenza -allo stato attuale- di qualsiasi controllo istituzionale, per l’assenza di obblighi relativa alla conduzione di audits da rendere pubblici (tutti gli exchanges dicono: «Abbiamo fatto redigere un audit dalla migliore società bla bla bla». «Ok, allora lo rendete pubblico?». «No, è ad uso interno».), in virtù della possibilità di sfruttare, con relativo front running, notizie price sensitive anche in ragione del fatto che in alcuni casi i proprietari degli exchanges risultino essere comproprietari di mining pools, per l’eventualità di dover  pagare multe connesse all’ offerta di leva finanziaria in assenza delle autorizzazioni richieste ecc.
Nel caso in cui dovesse palesarsi uno dei rischi operativi di cui sopra, ad esempio un attacco hacker (molto frequenti sugli exchanges) con furto dei depositi in valuta fiat o cripto l’exchange, in presenza di ammontari rilevanti, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di rimborsare i propri clienti (si veda il presunto hacking perpetrato a danno di Bitfinex con conversione del debito in equity). In altri termini, il rischio operativo che teoricamente dovrebbe essere gestito, amministrato e contenuto dall’exchange, ricadrebbe quasi totalmente sui clienti.
Naturalmente, non si tratta di mera malafede (sicuramente presente) e di pressapochismo gestionale (sicuramente presente): sussiste anche un problema di osservazione statistica dei dati disponibili, astrattamente idonei a determinare la quota di patrimonio da accantonare a fronte del rischio operativo. 
Credits to Pius Bak
Moltissimi exchanges sono nati negli ultimi 2-3 anni e dispongono quindi di dati scarsamente significativi da un punto di vista statistico. Infatti, nel caso in cui volessero stimare il rischio operativo dovrebbero considerare due distribuzioni:
1.      quella della frequenza delle perdite (loss frequency distribution);
2.      quella della severità delle perdite (loss severity distribution).
La prima misura il numero di perdite osservate nel corso di un dato orizzonte temporale (in genere 1 anno).
La seconda misura la distribuzione della dimensione delle perdite, ove queste si siano verificate.
Le due distribuzioni si assumono indipendenti tra loro (il che è discutibile).
La prima si ritiene sia ben approssimata dalla distribuzione di Poisson, la quale ipotizza che le perdite si verifichino in modo casuale nel tempo. Più precisamente, dato un breve intervallo di tempo Δt, la probabilità di subire una perdita è pari a λ Δt, mentre nel periodo di tempo (0, T) la probabilità di subire n perdite è pari a:



Il parametro λ è il numero medio di perdite nell’ unità di tempo.
La distribuzione di Poisson gode della proprietà secondo cui la varianza della frequenza delle perdite è pari alla media di  λ, della frequenza delle perdite.
Con riguardo alla Loss Severity Distribution si ritiene, usualmente, che sia log-normale e che le stime dei parametri di questa distribuzione siano pari alla media ed alla deviazione standard del logaritmo delle perdite.
La loss frequency distribution può essere combinata con la loss severity distribution al fine di ottenere, per ogni area di attività, la distribuzione delle perdite. Uno dei metodi utilizzati a tale scopo è il cosiddetto Monte Carlo il quale, partendo dall’ ipotesi che le due distribuzioni siano indipendenti le une dalle altre, richiede di procedere:
1.      estraendo un’ osservazione dalla loss frenquency distribution per determinare il numero delle perdite in un anno, ipotizzata pari ad n;
2.      estraendo n osservazioni dalla loss severity distribution, per determinare le perdite (L1 +L2...+Ln) patite in ogni singolo n evento;
3.      determinando la perdita complessiva (L1 +L2...+Ln) subita nell’ anno.
Si procederà dunque con N simulazioni ottenendo una stima della loss distribution.

Quale exchange oggi procede come sopra? Nessuna. Perché? Perché non hanno obblighi in tal senso e perché non dispongono di dati statisticamente significativi. Chi pagherà e (chi ha già pagato in alcuni casi) il conto che la materializzazione dei rischi operativi presenterà? I clienti, tramite haircut dei depositi in fiat o in crypto. 

Post scritto ascoltando 

domenica 26 novembre 2017

I RISCHI OPERATIVI DEI CRYPTO EXCHANGES PT.1


Nel condurre la propria attività, le istituzioni finanziarie sono chiamate a gestire diverse tipologie di rischi tra le quali è possibile annoverare il rischio “operativo”, generalmente definito come quello ulteriore rispetto al rischio di mercato e di credito oppure quale rischio derivante dall' operatività corrente.
Nel 1999, il Comitato di Basilea delineò 7 categorie di rischi operativi:
Credits to Brad Wright

  1. internal frauds;
  2. external frauds;
  3. employment practices and workplace safety;
  4. clients, products & business pratices;
  5. damage to physical assets;
  6. business disruption and systems failures;
  7. execution, delivery and process management.

Internal frauds
Un caso tipico di internal frauds è l'insider trading ma ne fanno parte anche le condotte più tipicamente fraudolente oppure volte ad integrare ipotesi di appropriazione indebita. Questo tipo di rischio è particolarmente alto presso gli exchanges del tutto deregolamentati e non sottoposti al controllo di alcuna autorità statale e/o federale. L' exchange potrebbe tradare contro i propri clienti, potrebbe usare i fondi dei clienti per tradare per conto proprio, potrebbe usare i fondi dei clienti per finanziare l'assunzione di posizioni a leva di controparti potenzilamente insolventi, potrebbe appropriarsi dei fondi dei clienti e sparire nel nulla.

External frauds.
Nelle external frauds vi rientrano le frodi perpetrare da terzi, le robberies sotto forma di hacking, il deposito di collaterali not backed
Anche questo tipo di rischio risulta essere elevato.

Employment practices and workplace safety.
Si tratta di rischi attualmente trascurabili per entità assoluta e relativa.

Clients, products & business pratices.
In questo tipo di rischio vi rientrano tutte le condotte inquadrabili nella violazione degli obblighi professionali verso i clienti come il fiduciary breach, il wash trading, il money laundering, la vendita e/o la negoziazione di prodotti non autorizzati (ad esempio i tokens oggetto di ICOs ove qualificabili come securities senza previo assenso delle autorità di vigilanza)
Questo rischio è oggi molto elevato.

Damage to physical assets.
Questa risk class comprende tutte le perdite causate dal daneggiamento di assets fisici i quali hanno natura prevalentemente informatica, ragion per cui ad assuemere particolare rilevanza è il rischio di cui al punto successivo.

Business disruption and systems failures
Vi rientrano le perdite connesse ad attacchi DDOS, hacking, blocco delle connessioni di rete, malfunzionamenti da malwares, avaria o distruzione dell' hardware.
Questo rischio è oggi molto elevato .

Execution, delivery and process management.
Vi rientrato, tra gli altri, l' assenza o l'incompletezza della documentazione e delle autorizzazioni legali e l'accesso non autorizzato ai conti dei clienti.
Questo rischio è oggi molto elevato.


Pezzo scritto ascoltando



giovedì 16 novembre 2017

STATE LONTANO DA TETHER COIN (USDT) SINO A QUANDO LA SOCIETA' NON FARA' CHIAREZZA SUI DEPOSITI

La BOJ compra ETFs on dips. Oltre che adessere teoricamente razionale, l'operatività è psicologicamente studiata nell'...

Pubblicato da Eric Packer su Giovedì 16 novembre 2017

BITCOIN FUTURE: THOMAS PETERFFY HA RAGIONE AL 100%

Questo è quanto scrivevo sul mio Fb qualche giorno fa

Il Future del CME sul Bitcoin è una buona cosa ma dal punto di vista regolamentare e dell' architettura dei mercati...
Pubblicato da Eric Packer su Mercoledì 8 novembre 2017


Questo è il mio Tweet dell' 8 Novembre scorso diretto al CME

Questo è il mio Tweet rivolto alla CFTC con riguardo a Kraken

e questo è quanto riporta oggi Bloomberg (clicca qui ).
Questo è un altro pensiero sul tema, postato qualche settimana fa.


Ieri, la leggenda del trading elettronico Thomas Peterffy, CEO di Interactive Brokers, già Timber Hill LLC, ha scritto una lettera indirizzata a J. Christopher Giancarlo, capo della CFTC, che riporto di seguito.
«Dear Chairman Giancarlo:
I am the Chairman and founder of Interactive Brokers LLC, a futures commission merchant and broker-dealer with over $ 3.8 billion in regulatory net capital and over $1.2 billion in client margin funds (Interactive Brokers Group is publicly traded on Nasdaq with a market cap of over $22 billion).
As a CME clearing member, we are deeply concerned with proposals that would allow Bitcoin and other cryptocurrency derivatives to be cleared in the same clearing organization as other products. 
This letter is to request that the Commission require that any clearing organization that wishes to clear any cryptocurrency or derivative of a cryptocurrency do so in a separate clearing system isolated from other products. 
There is no fundamental basis for valuation of Bitcoin and other cryptocurrencies, and they may assume any price from one day to the next. This has been illustrated quite clearly in 2017 as the price of Bitcoin has increased by nearly 1000%
Cryptocurrencies do not have a mature, regulated and tested underlying market. The products and their markets have existed for fewer than 10 years and bear little if any relationship to any economic circumstance or reality in the real world.
Margining such a product in a reasonable manner is impossible. While the buyer (the long side) of a cryptocurrency futures contract or call option could be required to put up 100% of the value to ensure safety, determining the margin requirement for the seller (the short side) is impossible. 
Instituting daily price move limits on cryptocurrency derivatives does not solve the problem. In a runaway upward market for example (like the silver market in the 1980’s caused by the Hunt brothers), the futures price gets locked limit-up day after day with little or no trading and the short sellers are unable to cover, leading them (and potentially their clearing firms) to ruin. 
If the Chicago Mercantile Exchange or any other clearing organization clears a cryptocurrency together with other products, then a large cryptocurrency price move that destabilizes members that clear cryptocurrencies will destabilize the clearing organization itself and its ability to satisfy its fundamental obligation to pay the winners and collect from the losers on the other products in the same clearing pool.
Accordingly, even clearing members who do not wish to clear cryptocurrencies because they judge the risk to be too great cannot isolate themselves and their customers from a potentially catastrophic loss from cryptocurrency risk at the clearing organization.
Thus, it is no answer for the proponents of clearing these products to suggest that objecting clearing members can simply charge very large margins or not offer cryptocurrencies at all. In a central clearing organization, all members are at risk for the activities of any member (and of the clearing organization itself).
Unless the risk of clearing cryptocurrency is isolated and segregated from other products, a catastrophe in the cryptocurrency market that destabilizes a clearing organization will destabilize the real economy, as critical equity index and commodity markets cleared in the same clearing organization become infected.
The only way to protect clearing organizations and their members (and the financial system as a whole) from the unique risks inherent in clearing cryptocurrencies is to require that they be cleared in a separate clearing system, isolated from other products.
We would be happy to discuss this with you or to provide any further information at your convenience».
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Credits: Dario Jelusic
Ciò che dice il "Gran Maestro del trading elettronico" (lui e Josha Levine hanno rivoluzionato totalmente il mondo del trading) dovrebbe essere preso in seria considerazione visto, tra gli altri,  il rischio latente che al momento tutti sembrano ignorare ovvero la vicenda Emissione Tether/Capitalizzazione Bitcoin. 
Peterffy (unitamente a Josha Levine) è colui il quale ha creato i mercati telematici per come li conosciamo oggi. Lui è stato il primo al mondo ad utilizzare i pc per per prezzare le opzioni negli anni '70, lui è stato uno dei primi ad utilizzare un pc sul trading floor dell' AMEX, lui è stato uno dei primi a capire cosa stesse succedendo sui mercati a causa dell' avvento degli HFTs e lui è un profondo conoscitore del funzionamento e dei rischi delle clearing houses . 

Pezzo scritto ascoltando

martedì 10 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.4

Per la terza parte, clicca qui
Anche la metrica del P/E ratio per come adattata da Chris Burniske al Bitcoin ed alle cryptovalute in genere risulta essere inutilizzabile vista l'assenza pressoché totale di transazioni aventi ad oggetto i tokens appena emessi.
Nel caso in cui il token dovesse essere considerato valuta e non un surrogato di quote azionarie diverse sarebbero le ipotesi prospettabili:
   qualora la valuta fosse stabile potrebbe rappresentare il tipico asset di storage value. Stabilità significa anche bassa volatilità ma attualmente il mondo dellecripto è il regno della volatilità;
  qualora l'operatore razionale ritenesse probabile un futuro apprezzamento del token quale currency eviterebbe, verosimilmente, di spenderlo oggi per acquistare una quantità maggiore del servizio offerto dalla piattaforma in futuro e viceversa nel caso in cui dovesse attendersi un suo futuro deprezzamento;
   al fine di stimare il valore dei tokens intesi quale strumento volto a garantire l'incontro tra domanda ed offerta de servizio offerto dalla start-up si potrebbe utilizzare la nota formuletta secondo cui questo dovrebbe essere pari a T/MV,  identità che rimanda ai quesiti di cui sopra circa l' eventualità che l'azienda riesca a conquistare una qualche quota del mercato di riferimento e quindi circa la capacità di attrarre domanda, quindi di generare ricavi, il che riproporrebbe tal quali i problemi inerenti la metodologia di stima.
Il token potrebbe essere inteso anche quale mezzo tramite il quale realizzare in futuro la condivisione dei profitti conseguiti dall' azienda. Ancora una volta: come stimiamo i profitti?
Ipotizziamo pure che l'azienda riesca a fare qualche profitto: i fondatori potrebbero prelevarne una quota e destinare ai detentori dei tokens qualche briciola oppure potrebbero investire tutto nell'azienda, il che contribuirebbe a far crescere il valore di questa ma non dei tokens (almeno non immediatamente). Poiché, in media, nessuno sa un cazzo -in sede di ICO- sulle prospettive reddituali (e delle transazioni) dell'azienda il pollo di turno, versando in una condizione d'incertezza ma di forte euforia, potrebbe essere portato a sovrastimarle più che compensando l'avvenuto sconto dell' incertezza in termini di ampiezza del prezzo disposto a pagare per il token. 

Il token potrebbe anche essere strumento di voting control. Tuttavia, separare il meccanismo di voto da ogni forma di profit sharing potrebbe essere rischioso. Infatti, i votanti potrebbero esercitare il diritto esclusivamente al fine di massimizzare i loro interessi ad esempio deliberando un aumento del livello delle commissioni loro corrisposte oppure optando per un protocollo di loro interesse anche nel caso in cui dette scelte dovessero risultare, sul lungo termine, dannose per la piattaforma di riferimento. Inoltre, un qualsiasi concorrente potrebbe acquistare i tokens aventi diritto di voto ed esercitarlo al solo fine di indebolire il competitor.
La detenzione del token potrebbe richiedere anche l’esecuzione di task da parte dell’ investitore persone fisica (proof of stake), come ad esempio validare l’esito di un match on line, partecipare ad un processo predittivo basato sulla wisdom of the crowd, facilitare l’accesso di altri users al mercato ecc., in cambio di qualche fee proporzionata all’ entità del lavoro svolto ed alla dimensione della posizione assunta sul mercato. In altri termini, in sede di ICO, l’investitore di fatto paga -acquistando i tokens- per poter contribuire a tenere in vita la piattaforma il che implica, a parità di altre condizioni, che il valore del token dovrebbe essere pari al valore presente delle commissioni future al netto del costo per il contributo fattivo offerto dall’investitore per garantire il corretto funzionamento della piattaforma stessa. I servizi offerti alla comunità dall’investitore saranno erogati solo quando il servizio prodotto dalla start-up sarà operativo o in sede di costruzione della piattaforma  ma il valore attuale dei costi connessi al pagamento delle fees per il supporto operativo degli holders è comunque dedotto in sede di ICO (e se non lo è stai pagando un sovrapprezzo da pollo): un po’ come se la start-up decidesse di pagare con qualche anno di anticipo le bollette dell’energia elettrica anziché utilizzare quanto ricavato dalla raccolta per accelerare i tempi di costruzione della piattaforma.

Pezzo scritto ascoltando

giovedì 5 ottobre 2017

IL POLLAME DELLE ICOs PT.3

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Quindi, caro investitore, hai acquistato dei tokens che servono a poter fruire del servizio offerto dalla società che hai finanziato tramite l' ICO; tu speri che i tokens possano valere qualcosa nel futuro prossimo e quindi ritieni che il volume di transazioni crescerà. Crescerà di quanto? Se fossi un azionista, poste le difficoltà nell' utilizzare il discounted cash flow model, potresti utilizzare il sistema dei multipli e dei comparabili. Tuttavia, vista l' assoluta novità dei servizi offerti, ti ritroveresti a non poter prendere in considerazione né il livello di profitti, né di ricavi, né il book value, né il P/E ratio, né l' EBITDA di aziende simili a quella in cui hai investito perché molto probabilmente non ne esistono o ammesso che esistano saranno, con ogni probabilità, neonate. Come stimerai dunque il livello di transazioni che auspicabilmente verranno eseguite tramite il token da te acquistato? Come stimerai il livello di rischio associato al tuo acquisto? Se fossi un azionista, con riguardo all'ultimo quesito, ma non nel caso di specie trattandosi di azienda senza storia, potresti prendere in considerazione il beta del titolo o la deviazione standard di ricavi e profitti. Tra l'altro, non puoi neanche utilizzare le stesse metriche in relazione al token il quale, essendo acquistato in ICO, non offre alcun dato di mercato. Ragionevolmente, potresti ritenere che al crescere delle probabilità di sopravvivenza della start-up il valore dei tuoi tokens cresca ma come trasformare detta ipotesi in un modello di valutazione?